Simone Ballocco – Intervista al presidente di GrandaQueer


D. C’è differenza, secondo te, fra l’uso della tecnologia fra provincia e città?

R. Penso che non ci sia alcuna differenza. Molte volte l’uso di applicazioni o siti d’incontri vengano usati per creare una selezione iniziale. Esempio, un gay scarica grindr e non badoo perchè sugrindr sa che tutti sono gay o bisex o suoi simili, si sente accettato insomma. Da trentenne posso dire che una volta era più difficile conoscere persone omosessuali, bisognava andare in discoteca o in un locale gay freendly. Oggi, purtroppo, con l’arrivo delle chat si è facilitato il percorso conoscitivo ma si è perso un po’ quel senso di conquista e ricerca. Per non parlare del fatto che la comunità gay di provincia è la più pettegola: sanno con chi sei andato a letto chi frequenti e cosa fai. Informazioni che, poi, vengono usate per metterti in buona o cattiva luce. Anche nelle grandi città non aiuta molto, rischia di creare tanti piccoli “branchi” di persone senza portare ad una reale apertura. Spesso è proprio il contrario.

D. Le chat, i siti di annunci, le community hanno realmente aiutato nel farecoming out?

R. Dipende da cosa intendiamo per coming out. Se le persone vogliono rivelarsi a sé stesse acquistando in consapevolezza, consiglierei siti specifici come Arcigay e/o community. Se intendiamo invece, coming out come dichiararsi agli altri, direi che le community hanno aiutato un po’, le chat non molto poiché, come detto prima, il rischio è la creazione di gruppi chiusi. Molti ventenni che ho conosciuto in chat, erano agguerriti virtualmente ma nella realtà mostravano molti più pregiudizi e paura di molti etero. Le community, credo siano più istruttive, dando la possibilità di leggere esperienze di vita vissuta e aiutando a non ripetere errori già fatti in passato. Non prendo in considerazione i siti di annunci, dal momento che non credo bisogna “prendere il pezzo migliore al prezzo più basso”. Sui siti, purtroppo la maggior parte cerca solo sesso o lo sfogo di fantasie sessuali che abitualmente non farebbe con il/la proprio/a compagno/a.


 

D. Noti delle differenze d’approccio nell’intendersi queer fra la tua e le generazioni a cui parli?

R. Se prendiamo il termine queer nel vero senso della parola ovvero “strano” “eccentrico” non trovo differenze tra le generazioni. Se ci pensiamo, siamo tutti queer poiché dopo anni e anni di stereotipi e pregiudizi siamo stufi di esser categorizzati e catalogati. Oggi il termine queer viene usato un po’ per tutto. A volte, il termine viene usato come uno schermo quando omofobia, bifobia e transfobia sono così interiorizzati che il singolo non si vuole esporre neanche con sé stesso. Oppure viene usato per un fattore di fluidità di genere e orientamento sessuale per chi – come detto prima – non ha voglia di appartenere a delle categorie o a gruppi da cui non si sente rappresentato. L’unica differenza che trovo non si limita ad un un termine o ad una espressione di genere, ma, sta nella voglia di affermarsi in qualcosa che ci appartiene e che ci rappresenta interamente. nei primi anni del 2000 si aveva voglia di far parte di qualcosa di importante, di creare un cambiamento e mettersi in gioco. I giovani d’oggi a mio giudizio non hanno più l’ambizione di imporre un cambiamento, quindi usano termini come queer per sentirsi parte di un qualcosa di non ben definito, per non esporsi troppo ma neanche nascondersi.

D. I social stanno producendo un’immagine di noi altra, iper-reale. Come poni la questione nelle scuole?

R. Purtroppo i social producono un’immagine iper-reale su tutto. Dovrebbero esser usati per il loro vero scopo: migliorare la “socialità” e la condivisione delle storie di vita. A me sembra invece che si faccia la gara a chi è più bella/o, a chi “ce l’ha più grosso”, con l’effetto di creare ulteriori immagini e alimentando così un circolo vizioso. Agli studenti dico sempre che Facebook, i social, e tutto il contorno delle piattaforme sono canali fittizi, qualunquisti e al 70% inutili. Se uno vuole la “realtà” e la concretezza delle cose ad oggi ha la possibilità di cercarla tra associazioni, biblioteche e Wikipedia. Se sei curioso non ricorrere ai social, cerca qualcuno che possa rispondere alle tue domande. I social vanno trattati come tali. Ma la colpa non è tutta dei social, poiché molte volte è la comunità LGBT che vuol esser “iper-reale”. Per fare un esempio, Mario Mieli che  negli 80 andava vestito da donna fuori dai cancelli delle fabbriche. la nascita dei movimenti LGBT durante gli anni 80 era di per sè iper-reale, ma le conquiste ci danno possibilità di essere altro. Noi LGBT possiamo essere “reali”, “iper-reali”, forse troppo reali, ma siamo qui e useremo soprattutto i social per fare capire che esistiamo come tutti.


 

D. Ti sembra corretto supporre che in provincia vige ancora l’idea, ma nella mente dell’omosessuale stesso, di essere parte di una minoranza e quindi autodiscriminarsi (nascondersi, vergognarsi, e non vivere una sana sessualità)?

R. Assolutamente Sì. Mi allaccio alla domanda di prima: l’omofobia interiorizzata è una delle piaghe più grandi per la comunità. Purtroppo nella provincia si ha ancora molta paura di “cosa possono dire”, dello “sparlare”.In provincia il problema più grande è apparire al meglio agli occhi dei concittadini e rispecchiare il ruolo di genere che fa comodo alla “cittadina”. Arcigay da una possibilità di tutela, che non viene sfruttata perché il partecipare alle iniziative di Arcigay è visto come un outing, tralasciando il fatto che in queste realtà ci sono molti etero. Una cosa che io odio è il vittimismo: se sei gay e abiti ad esempio a Mondovì, e non riesci ad esser te stesso al 100%, ma non fai nulla per cambiare, allora in fondo la tua condizione ti fa anche comodo. A Torino e Milano la situazione è uguale seppur meno visibile, perché se un gay si nasconde altrettanti cento usciranno allo scoperto. Il bello è che le associazioni del territorio conquistano diritti per tutti, anche per chi si nasconde. Uscite dal guscio, vivete la vostra vita! ne avete una sola e solo quella, per quanti anni volete ancora vedervi passare la vita davanti? Per chi o cosa vi nascondete? Ricordatevi che vi nascondete perché amate – ripeto, AMATE una persona; cosa c’è di così spaventoso, aberrante e ghettizzante?

D. Il web. Dalla tua esperienza i confini fra etero e gay sono così netti?Secondo me più che differenza è parallelismo quando potrebbe esserci unione, ora non mi ricordo una pubblicità negli 80 dove c’erano uomini che pubblicizzavano l’asse da stiro, abbiamo dovuto aspettare 30 anni per farlo? E poi cosa fa un etero che un gay non può fare?

R. Più che confini si creano delle piccole “battaglie” sempre per la prevaricazione l’uno dell’altro. Diciamo pure che noi gay abbiamo aiutato gli etero a migliorarsi, o meglio l’uomo gay ha aiutato gli uomini etero ad emanciparsi. Tutti quei confini dei vecchi tempi oggi non ci sono più. Aiamo tutti abitanti liberi e felici, basta non pestarci i piedi.


Autore dell’intervista Giovanni Bertuccio di ART IS PRESENT

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